L'Armeno-Veneto. Compendio storico e documenti

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MONETE 

É superiuo ricordare quanto indispensabile sia conoscere il valore delle monete colle quali nel medio evo si esercitava il com mercio nell' Oriente; per cid molti se ne sono occupati con più o meno successo: fra i quali prima che ad altri dobbiamo esser grati al Pegolotti Balducci, agente della compagia fiorentina Pe musci del secolo XIV, il quale nella sua Pratica di mercatura, ci forni di notizie utilissime sulle monete, pesi e misure di diver si paesi e piazzo orientali paragonandoli con quelli delle piazze d'oc cidente. Fra gli altri dati, come era da aspettare, introdusse nel suo quadro comparativo anche i pesi e la moneta armeda: e ne citeremo la parte pid interessante per noi, in seguito ai cenni che troviamo negli archivi Veneti a questo riguardo (324)

La moneta corrente in antico nell'Armeno-Cilicia era il Bisanzio saracino-armeno, detto anche Staurate, per il segno della Croce che portava: se ne vedrà qui apprasso indicato il valore e la comparazione. In seguito la moneta più comune nella piazza fu il Deromo d'argento (Դրամ, Dram, nell'armeno), e questo antico e nuovo: il primo di un peso maggiore, era quasi abolito nel secolo XIV. Un decreto della Repubblica nel 1289 (18 agosto) ragguaglia cosi il Nuovo deremo armeno: Un Bisanzio Saracino - 10 deremi nuovi armeni = 35 Soldi veneti; cið viene a di re che un Deremo nuoro valeva Soldi veneti 3 % (36). Un'al tra moneta armena che rimpiazzò il deremo e che era quasi la sola che avesse corso nel tempo in cui scriveva il Balducci, è il Tacolino (Թագւորին, Tacuorin) che significa Reale. In un documento dell'anno 1307, cento Tacolini si pareggiano a 77 Deremi. Un al tro decreto del senato nel 1333, 13 magg., ragguaglia 13 Taco lini & 12 grossi veneziani. Si vegga il testo (227), perchè vi sono preziose indicazioni di monete o deremi d'altri paesi. Se poi si desiderasse far confronto del valore intrinseco di quelle monete con le attuali lire italiane, ossia franchi, secondo varie no stre ricerche, troviamo che il deremo nuovo in origine valeva 0, 90 L: e diminuendosi successivamente 0, 85. 0, 75, fino a 0, 50. Pari menti il Tacolino, che in principio valeva (0, 66 L. ), s'abbassd a 0, 49, presso & poco a una lira veneta o mezza italiana. Avevano gli Armeni di quell'età anche moneta in oro e in bronzo, ma siccome non se ne parla negli atti mercantili, neppure negli Archivi della Repubblica, lascio di citarle. Lascio pure la questione sui pesi e le misure perchè notate dal Pegolotti e non dai nostri documenti, o rarissime volte; per es. in un Decreto dell'anno 1295, in cui si cita il cantaro di Negroponte e dell'Armenia (48)

Per darci un'idea delle peripezie commerciali dei Venezia ni nella piazza d'Ayazzo in diversi tempi e iu diverse circostanze, gettano non poca luce due Documenti degli Archivi veneti, l'u no scritto in Ayazzo nel 1312 da Gregorio Dolfino, Bailo, al Doge Marino Zorzi, l'altro nel 1330, da Pietro Bragadin, Bailo anche lui

Il primo avvisa il Doge che nello spazio di un anno e mez zo o due anni del suo bailato, della tassa del 1/2% gli era per venuta la somma di 60 Lire di grossi: calcolando una di que ste lire a 120 lire italiane sommerebbero 7200 lire di tasse e 1, 400. 000 di capitale, le quali a tempi nostri costerebbero circa 3 milioni di lire. Da questo piccolo indizio si può argomentare a quanti milioni montasse il commercio veneto in Ayazzo e quanti mi gliardi si contassero su detta piazza, sommando non solamente il traffioo dei Veneziavi, ma anche quello dei Genovesi, Pisani, Fiorentini, Provenzali e di tanti altri popoli occidentali ed orien tali, Greci, Turchi, Egiziani, Siri, i quali tutti apportavano per terra e per mare le merci più svariate e preziose dalle estremità d'oriente e d'Africa, e accumulavado, o per vendere sul luogo o per transito, in quell' emporio cosi ricco, cosi animato, cosi bril lante allora, come un tempo quello della ricing Tiro, e che poi come questa e forse peggio ancora fu sommerso nelle sue onde solcate da tante flotte numerose

Il Dolfin, scrivendo al Doge, parla della difficoltà di perce pire la tassa del 1/2 %, e gli sembra più proficuo esigerla a Vene zia; perchè qul (Ayazzo) da due galee (di Ruzzini e Costantini) che avevano recato merci oltre a 1400 sacchi, non aveva perce pito che sole lire 10, o ll, di grossi, e minutamente riporta i nomi degli esportatori (in numero di 27), il valore delle merci, la somma d'una parte maggiore) di quelle in deremi 347, 795, dai quali aveva cavato soltanto 1656 deremi, meno che il 1/2% (279)

Il rapporto del Bragadin nel 1330 e nell'anno seguente è di un'altro tenore e più triste: egli si lagna delle oppressioni che pativano i suoi nazionali dagli Armeni con defraudo, im prigionamento e assassinio, senza giudizio e giustizia, Si lamenta anche della corruzione dell' argento, il quale perdeva circa il 6 %, del disordine nel visitare le navi al loro arrivo a par tenza, della tassa arbitraria del 6 0 4 % all' infuori della città e 1 % dentro la città, e di altre simili gravezze (13). Senza dubbio non poteva la Repubblica restar in silenzio a tali e tan te lesioni dell'interesse, e degli interessati suoi: se ne lagno il Doge al Re (Leone IV); e ricevette un nuovo Privilegio (1333) il quale si vedrà nelle · serie delle relazioni diplomatiche delle due Corti colla lettera del nostro Ro al Doge (14)

Prima di passare ad altro argomento citeremo alcuni fatti pure relativi al commercio armeno-veneto, ma fuori dell'Arme no-Cilicia; altri riguardanti l'Armenia Maggiore propriamente detta; la quale, in questi ultimi tempi di cui discorriamo, veniva spesso traversata da un condottiere di carovane, un Armeno di come soac, detto il Calamaci, che significherebbe in turco o tar taro, dragomanno ovvero punzio; il quale guidava i convogli mercantili sulla ben frequentata via di Trebisonda Tauris e viceversa; e serviva particolarmente per gl'interessi dei Venezia ni. Venuto in persona a Venezia, chiese (16 giugno, 1333) per il lungo suo servizio di essere rimuperato di un aspro per ogni somma di mulo; ma non fu ascoltato (239). Nello stesso tempo si trovava a Venezia un persiano di noma Aci Soleman Taibi, il quale servendosi del nostro Avao per dragomanno, consenti di cedere 3 aspri per carica della somma di 4000 bisanzi che ri coperava per i danni patiti a Erzerum, e che gli toccavano per la paga stabilita di 4 bisabzi per ogni carico (286). Questa de terminazione fu dettata dallo stesso Soleman in persiano o tra dotta da Avac in italiano, poi firmata da due Turchi o Persiani

Fra le varie diramazioni del commercio reneto in oriente, non è ignota quella di Crimea, allora sotto il dominio dei Tar tari: abitata da una forte e grossa colonia armena, la quale ha avuto maggiore relazione coi Genovesi, essendo questi divenuti  quasi padroni di una parte di Caffa, capitale della penisola Tau rica. Un'altra città principale era la cost detta Sorgat o Sulghat, il cui governatore Ramazan nell'anno 1356 (2 marzo) segna va un trattato coi Veneziani obbligandoli alla tassa del 3 % sul valore delle merci (286); e con altro privilegio loro conce deva d'approdare al porto di provato o Città Nova, coll'obbligo di pagare i danni sofferti da suoi sudditi a Costantinopoli nella cattura d'una nave genovese, fatta dai Veneziani, e nella quale fra gli altri v'erano alcuni Armeni; promettendo di sua parte indenniz zare i Veneti depredati dai suoi uomini (287). Kuteltimur, suc cessore di Ramazan, designd ai Veneziani (1358 settem. 26) tre porti d'approdo, il sopradetto Provato, Calitza e Soldadi ossia Soldaja (288), e per parte del suo sovrano Berdi Chan li costrip de & sborsare il loro debito per la depredazione sopradetta: ma la moglie del Chan, Taideli Chatun, esonerando i Veneziani pagd di suo 11, 000 bisanzi, (de' quali 500 toccavano agli Armeni), e ancora 20 bisapzi per il loro vitto o salario (290): scrisse pure al Doge che per la dimanda degli Armeni (pro precepto Arminium) pago 10, 998 bisanzi oltre 550 summe, a conto delle 2830 & cui si erano obbligati gli stessi Veneziani (291)

Uo altro centro di commercio frequentato da Veneziani era Tabril, l'antica a la moderna capitale dell' Atropatene (Aderbi gian), un tempo Pers-Armenia Ma sarebbe oltrepassare il limite del nostro scopo se volessimo trattenerci anche su questa piazza im portante, e qui la citiamo soltanto per un altro caso accaduto ai Veneziani nell369 . Il sovrano o Re di Tabriz Sheich Dosis Chan, rinnovando il Privilegio dato dal suo antecessore Busaid Chan ai Veneziani, gli invitava al suo paese guarantendo la sicurezza del la strada tra la sua città e quella di Trebisonda (292), dove molti meroanti veneti aspettavano per timore degli assassini; i quali avevano svaligiati i loro connazionali in certo luogo deto to Aonde, nell'Armenia, non lontano da Erzerum. Soriveva pore  (1373) al Bailo di Trebisonda della stessa sicurezza, perchè avova mandato un corto Abaran (Ibraim ?) Choggia, & catturare e & castigare i ladri, e cosi veniva eseguito (293-294).