L'ARMENO-VENETO
Compendio
Storico
e
documenti
delle
Relazioni
degli
armeni
coi
veneziani
Primo
Periodo,
secoli
XIII-XIV
A
meraviglia
nelle
istorie
del
mondo
l'incontrarsi
di
due
popoli,
stranieri
di
lingua
e
di
costumi;
e
tanto
maggiormente,
se
divisi
l'uno
dall'altro,
non
solamente
dalle
catene
de
monti
e
dai
mari,
ma
ancora
per
l'interposizione
di
parecchie
altre
genti ,
più
vicine
bensi,
ma
con
le
quali
non
v'ebbero
relazioni
si
grandi
come
fra
que'
due
più
lontani .
Se
poi
alla
lon
tananza
dei
paesi
si
aggiunga
quella
dei
tempi ,
e
si
ricordi
ancora
essere
l'origine
di
quasi
tutte
le
nazioni
avvolta
nelle
tenebre,
nè
si
possa
affissarvisi
come
sulla
realtà,
cið
nonostante
c'è
un
piacere
secreto
in
quelle
ombre
vaghe
della
tradizionementre
la
critica
severa
la
rigetta,
la
immaginazione
se
ne
com
piace,
non
dico
un'immaginazione
senza
freno,
ma
appoggiata
più
o
meno
alla
probabilità
o
alla
possibilità.
Chi
spieghi
davanti
a
sè
una
carta
storica
-geografica
dell'Armenia,
due
cose
trova
offrirsi
alla
sua
riflessione:
prima,
l'antichità
del
paese,
vale
a
dire
del
popolo
armeno,
fino
dalle
origini
della
storia
autentica
cominciata
dal
diluvio :
ed
eccoci
additato
il
primo
punto
geografico
col
nome
di
Monte
Ararat,
sinonimo
d'Armenia ,
nelle
sacre
Scritture ;
mentre
anche
la
storia
profana
alle
più
antiche
nazioni
accopia
quella
degli
Armeni.
Secondo
che,
per
quanto
si
ostinasse
a
restare
sopra
il
suolo
patrio,
non
poca
parte
della
nazione
Armena
si
trovi
oggi
dispersa
nei
paesi
stranieri,
vicini
e
lontani ,
anche
lontanissimi ;
cosichè
si
può
chiamarla
cosmopolita
per
eccellenza.
Non
è
dunque
da
meravigliare
se
gli
Armeni
avessero
contratta
relazione
e
corrispondenza
coi
popoli
stranieri ,
e
principalmente
con
quelli
più
ricchi
d'industrie
e
di
commerci;
essendo
stato
sempre
il
commercio
una
delle
principali
occupazioni
e
passione
degli
Armeni.
Scoprendo
il
velo
dei
primitivi
secoli
seinistorici,
e
volendo
lasciare
da
banda
altre
regioni
ed
altre
genti
della
terra,
sceglierne
una
ad
esempio
delle
relazioni
coll’Armenia,
ci
si
pre
senta
particolarmente
un
popolo
per
molti
riguardi
celebre
e
segna
lato
nel
medio
evo,
in
un
paese
non
meno
singolare
per
la
forma
zione,
che
per
la
sua
politica
e
per
l'industria :
una
delle
attuali
regioni
d'Italia,
non
ha
molto
indipendente:
la
Repubblica
di
Venezia.
Venezia
ed
Armenia
!
Se
non
vi
è
comparazione,
c'è
correlazione.
Benchè
tutte
le
nazioni
sieno
coeve
per
la
origine,
si
repu
tano
antiche
o
moderne
per
la
storia,
ossia
per
la
loro
rivelazio
ne
nel
corso
dei
tempi :
per
questo
riguardo,
immenso
è
lo
spa
zio
fra
l'Armenia
e
Venezia,
e
si
può
dire
che
il
giorno
felice,
in
cui
Venezia
spuntava
dallo
splendido
seno
dell'Adriatico,
l'Armenia ,
oramai
vetusta,
s
'
immergeva
nelle
mobili
onde
de'
suoi
trenta
secoli,
durante
i
quali
aveva
compiuto
il
lungo
lavoro
del
la
sua
attività.
Accanto
alle
antichissime
nazioni
orientali ,
l'Armenia
aveva
rappresentata
la
sua
parte
nel
teatro
mondiale ;
forza
era
si
curvasse
sotto
il
peso
dei
tempi :
venne
meno,
s'in
deboll,
passo,
ma
non
trapassò.
Chi
oserebbe
dire
che,
perdendo
la
indipendenza,
morisse
Venezia
?
Dicasi
lo
stesso
per
l'Armenia ,
benchè
in
proporzione
ineguale,
per
opera
della
sorte,
la
quale
con
leggi
non
eguali
governa
l’Asia
e
l'Europa.
La
perdita
dell'autonomia
non
è
la
perdita
dell'esistenza;
anzi
spesse
volte
sotto
le
percosse
della
fortuna
cresce
la
energia .
Dopo
un
grave
colpo
ch'ebbe,
l'Armenia
trovò
mezzo
di
salda
e
sincera
relazione
con
Venezia
nella
più
fiorente
età
di
questa :
e
con
che
dignità,
con
che
frutto,
lascio
giudicare
a
chi
abbia
la
curiosità
d'inoltrarsi
in
queste
pagine.
Ma
ci
si
permetta
intanto
di
rimuovere
un
poco
quel
misterioso
velo
dei
secoli
semistorici.
Abbiamo
accennato
all
'
Armeno
come
comparso
sulle
prime
scene
della
storia ;
ci
conviene
indagare
la
culla,
ossia
il
primo
essere
del
Veneziano,
innanzi
alla
sua
mirabile
metamorfosi
in
quella
forma
singolare,
che
s'attirò
lo
sguardo
dell'Europa
e
del
l'Asia
dal
sesto
secolo
fino
al
decimottavo.
Rimontando
altrettanto
spazio
di
tempo
avanti
a
quella
rigenerazione
della
stirpe
veneta,
arriviamo
quasi
ai
giorni
eroici
della
guerra
troiana ;
ed
ecco
il
vecchio
poeta,
che
ringiovinisce
l'estro
dei
moderni ,
Omero,
colla
magica
arte
svelarci
un
simulacro
dei
Veneti
collo
scambio,
o
il
nascondersi
d'una
sola
lettera
del
nome ;
poichè
egli
chiama
Heneti,
o
Eneti,
una
famiglia
o
tribù
di
Paflagoni,
[1]
bravi
nel
maneggiare
cavalli
e
muli
d'eccellente
razza :
i
quali
attesta
anche
Sofocle,
essere
giunti
a
soccorrere
lo
sfortunato
vecchio
Priamo,
[2]
e
prevenuti
dai
non
meno
valorosi
[3]
ca
valieri
dell'Ararat,
col
loro
sovrano
e
duce
Zarmayr;
il
quale,
insieme
ad
Ettore
ed
Euforbo,
giacque
su
quei
gloriosi
campi;
ma
colpito,
ci
avverte
il
nostro
storico,
von
da
altra
mano
che
da
quella
ferrea
dell'eroe
degli
eroi,
d'Achille;
mentre
Pylomene
condottiere
Heneto
cadeva
sotto
quella
fiacca
di
Menelao.
Sieno
favole
o
leggende,
poichè
noi
cerchiamo
le
relazioni
di
questi
due
popoli,
non
è
da
tenere
in
piocolo
conto
questo
vederne
gli
antichi
padri
alleati
nel
primo
celebre
fatto
della
storia
profana.
I
Paflagoni
erano
quasi
limitrofi
agli
Armeni
ed
agli
Ar
menochalibi,
separati
per
un
fiume
mediocre,
l'Alys.
Vestivano
similmente,
alla
frigia;
e
per
caso
singolare,
il
simbolo
allego
rico
d'ambidue
i
popoli
era
lo
stesso,
la
tiara,
ossia
il
berretto
frigio,
col
quale
i
Romani
nelle
loro
monete
rappresentano
gli
Armeni.
E
chi
non
conosce
la
stessa
tiara
in
capo
al
doge
dei
Veneti,
ed
a
Venezia
stessa
personificata
nella
pittura
e
nella
scultura
?
Secondo
alcuni
interpreti,
Veneto,
significa
illustre;
gli
Armeni
si
chiamavano
grandi.
Spero
che
i
critici
più
severi,
af
fratellandosi
questi
due
popoli
imberrettati
alla
frigia,
in
una
lontananza
così
grande
di
luoghi
e
di
tempi,
loro
concederanno
di
salutarsi
con
rispettoso
affetto,
intanto
che
noi
ci
affretteremo
&
cercare
tra
loro,
in
tempi
più
moderni,
altre
e
più
autentiche
attinenze.
Lascio
agli
eruditi
delle
venete
memorie
il
discutere
la
pro
babilità
della
nascita
o
del
battesimo,
se
si
permette
dire
cosi,
della
loro
alma
città
e
del
comune,
nell'anno
421
ai
25
di
marzo.
In
quello
stesso
anno,
le
cronache
armene
indicano
la
fonda
zione
della
fortezza
e
l'ampliazione
della
capitale
dell'Alta
Ar
menja,
Teodosiopoli,
l'odierna
Erzerum,
scelta
residenza
del
go
vernatore
imperiale
(bisantino)
dell'Armenia
Occidentale,
ed
in
pari
tempo
baluardo
contro
i
Sassan
idi
(Persiani),
i
quali
possede
vano
l'Armenia
Orientale.
Quella
fortezza
altera
germana
a
que
sta
bella
ed
unica
Venezia,
da
quel
giorno
sino
ad
oggi
nel
corso
di
oltre
quattordici
secoli
torbidi,
conservò
e
conserva
ancora
il
grado
e
l'ufficio
poco
lieto
per
cui
s'innalzo,
anzi
divenne
gran
de,
tra
le
città
armene,
di
mano
in
mano
che
tutte
le
residenze
regie,
(e
ce
n'erano
non
poche)
disparivano,
lasciando
quale
più, .
quale
meno,
o
quasi
niente,
de'
loro
edifizi
e
delle
loro
rovine.
E
cool
quella
forte
città,
situata
presso
le
sorgenti
del
classico,
anzi
sacro
Eufrate,
divende
la
metropoli
d'
Armenia,
ed
è
an
cora
la
città
la
pid
popolata,
anzi
la
capitale
della
provincia
d'Erzerum,
che
comprende
oltre
all'Armenia
turca
anche
un
bel
tratto
d'Asia
Minore;
ed
in
pari
tempo
uno
dei
punti
militari
i
più
tentati
ed
ostinati,
e
a'
nostri
di
il
più
formidabile,
del
Turco
nell'Asia
contro
l'impero
del
suo
vicino.
Se
per
la
fondazione
di
Venezia
è
più
probabile
l'anno
461,
io
cui
i
fuggitivi
dalle
più
che
barbare
orde
del
terribile
Attila
si
ripararono
in
queste
maremme
dell'Adriatico,
quel
medesimo
anno
(451)
per
dura
sorte
segno,
si
può
dire,
la
fine
dell'antica
Armedia
colla
perdita
di
una
battaglia
gloriosa
e
sacra
negli
an
nali
della
nostra
chiesa,
ma
fatale
per
l'unità
nazionale.
L'eroi
co
Santo
Vartan
che
guidava
l'ultimo
numeroso
esercito
arme
DO,
cadendo
iu
quel
sempre
memorabile
giorno
(2
Luglio
451),
copri
di
sua
grande
persona
la
patria;
la
quale
non
lo
colloco
tra
le
Costellazioni
col
suo
Hayg
(Orione)
e
il
suo
Vahagni
(Ercole),
ma
lo
innalzo
insieme
ai
1036
compagni
pid
alto
an
oora,
nel
coro
de'
santi
martiri;
e,
nell'anniversario
della
loro
fe
sta,
ogni
Armeno
cessa
dal
lavoro
cotidiano,
e
celebra
nella
chiesa,
nelle
scuole
e
nei
circoli
letterari,
nonchè
nei
banchetti,
non
più
una
nascita,
ma
una
morte
che
lo
vivifioa,
e
gli
rende
meno
amaro
l'aspro
destino.
Trascorso
un
secolo
da
questa
data
(451-552),
ecco
un
al
tro
riscontro
armeno-veneto;
la
presenza
d'un
bravo
generale
Armeno,
non
tanto
condottiere
de'
suoi
nazionali,
quanto
dei
va
ri
sudditi
del
vasto
impero
bisantino;
quel
Narsste
patrizio,
di
cui
la
fama
universale
è
quasi
più
particolare
all'
Armenia
e
a
Venezia:
&
quella
perchè
gli
diede
i
natali,
&
questa
perchè
l'o
spito
nei
suoi
tuguri,
abbozzi
dei
futuri
palazzi
sontuosi
del
suo
Canal
Grande;
e
perchè
lo
soccorse
di
barche
pescarecce,
a
con
durre
le
schiere
di
Orientali
contro
il
nemico
comune.
Grato
a
questi
generosi
padri
Veneti,
senti
il
grande
capita
no
sacro
dovere,
innanzi
all'
averli
pacificati
coi
Padovani
lo
ro
vicini,
di
erigere
le
prime
chiese
e
la
prima
biblioteca
nel
la
ancora
difforme
e
futtuante
Venezia.
So
che
la
tradizione
e
la
storia
disputano
ora
su
questo
argomento;
nuovi
critici
e
nuove
scoperte
vogliono
che
nel
secolo
nono,
e
non
già
nel
80
sto,
si
fondasse
la
chiesa
di
S.
Teodoro,
prima
cattedrale
di
Ver
nezia
con
la
succursale
di
S.
Geminiano,
e
per
mano
di
un
altro
Narsete;
e
ancora
che
il
fratello
di
quest'ultimo
sia
stato
vesco
vo
di
quella
chiesa
madre,
ma
quale
che
sia
il
modo
e
il
tempo
di
questo
fatto,
ci
basti
avvertire
per
ora
il
cordiale
adoperarsi
insieme,
almeno
mille
anni
addietro,
di
Armeni
e
di
Veneti.
D'altra
parte
si
sa
bene
che
dal
secolo
VI
all'VIII
c'era
un
Esarcato
bisantino
a
Ravenna,
e
che
non
solamente
alcuni
di
quei
grandi
governatori
d'Italia
erano
di
nazione
armena,
come
Narsete,
Gregorio,
Isacco
(e
ce
lo
attestano,
per
quest'
ultimo,
le
sculture
e
le
epigrafi
del
ricoo
monumento
nella
chiesa
di
San
Vitale),
ma
v'era
ancora
una
milizia
detta
armona,
perchè
com
posta
per
la
maggior
parte
d'
Armeni
sudditi
dell'
Imperatore
greco;
e
perciò
il
quartiere
della
città
dove
essi
dimoravano
(Classe)
fu
chiamato
anche
Armenia:
nomi
che
durarono
fino
al
secolo
undicesimo.
L'
Esarca,
in
caso
di
bisogno,
dava
mano
ai
commercianti
Veneti;
come
appunto
si
dice
di
Longino,
successo
re
di
Narsete,
che
soccorse
con
raccomandazioni
quegli
intrapren
denti
mercanti,
i
quali,
appena
ricoverati
in
queste
lagune,
progre
divano
il
loro
viaggio
fino
ad
Antiochia
di
Siria;
e
questo
fu
già
prima
del
secolo
VII.
Da
Antiochia
alla
Cilicia
non
è
che
un
passo;
ove
fra
poco
vedremo
i
Veneti
frequentati
e
previlegiati
dai
nuovi
padroni
di
quella
classica
terra,
dai
Re
Armeni.
Gioverebbe
sapere
se
in
quei
secoli
remoti
(V-VIII),
men
tre
fioriva
ancora
nell'Armenia
Maggiore
l'antica
capitale
Dvin,
come
una
delle
principali
piazze
commerciali
dell'Asia
anteriore,
l'avessero
visitata
i
Veneti;
e
se
d'altra
parte
gli
Armeni,
non
meno
famosi
per
l'industria
mercantile,
fossero
attratti
fin
a
que
ste
isolette,
che
poco
a
poco
collegandosi
col
Rialto,
formarono
la
metropoli
adriatica.
Nou
è
improbabile
quests,
ma
è
più
che
probabile,
che
parecchi
dei
soldati
Armeni
di
Ravenna
abbiano
visitata
la
Venezia:
e
cosi
pure
cbe,
in
quel
frammezzo
il
nome
di
Venezia
s'introducesse
nella
letteratura
armena,
ed
in
ma
niera
assai
notevole.
Sanno
gli
eruditi
come
una
delle
più
importanti
produzioni
di
un
celebre
nostro
autore
del
V
secolo,
di
Moisè
Khorenose,
sia
la
Geografia,
scritta
secondo
il
metodo
di
Tolomeo
e
di
Pappo
d'Alessandria;
in
quest'opera,
ritoccata
nel
secolo
VII,
invece
di
60
o
70
capitoli
(benchè
brevi)
ne'
quali
Tolomeo
descrive
l'Italia,
l'Armeno
in
un
solo
capitolo
se
ne
sbriga,
allegando
che
Italia
contiene
45
provincie,
e
inoltre
sei
altre
divisioni,
e
non
ram
menta
che-pochi
nomi:
ma
prima
di
tutti
cita
Venezia
e
ne
dà
il
carattere
con
la
rapidità
di
un
lampo
in
una
sola
riga,
che
suona
letteralmente
cosi:
«Italia,
nella
quale
(è)
l'abitata
nell'a
cqua,
provincia
di
Venedig.
»
Potrebbessi
meglio
descrivere
con
tanta
brevità?
Pare
scritto
da
un
testimonio
oculare
o
dietro
suo
relazioni:
e
sembra
che
egli
meravigliasse
a
quel
singolare
aspetto
della
città,
sopra
tutte
lo
altre
d'Italia,
delle
quali
rammenta
soltanto
Roma
la
grande
o
Radonna
la
magnifica.
Quest'
ultima
citazione
conferma
l'ipotesi
che
quell'opera
geografica
armena
fosse
ritoccata
durante
il
governo
degli
Esarchi
di
Ravenda.
E
pon
meno
significante
è
il
detto
del
secondo
fra
i
nostri
geografi,
che
scrisse
sullo
scorcio
del
secolo
XIII
o
sul
principio
del
XIV,
il
quale
non
ricorda
d'Ita
lia
che
due
citià,
Roma
e
Milano,
ed
una
terza
la
Venezia,
e
con
un'
inaspettata
osservazione:
«
Ponedig,
dice
egli,
ove
il
chimico
(o
l'alchimista)
lavora
e
colorisce
l'argento
in
oro
».
Quale
è
que
sta
antica
industria
dei
Veneti,
ammirata
dal
nostro
scrittore;
quella
dell'orefice
o
del
mosaicista?
Lascio
ai
critici
dell'arte
de
terminarlo.
Non
c'è
più
dubbio
per
altro
che
al
tempo
di
questo
geografo
compendioso,
Venezia
era
già
visitata
da
molti
o
mol
ti
Armeni
accorsi
qul
di
loro
capo
per
i
commerci,
e
non
più
come
sudditi
e
ministri
del
Bisantino,
come
nei
secoli
passati
(IX
e
X),
quando
Cesferano
veniva
(nell'anno
809-10)
a
difesa
dei
Veneti
contro
Pipino;
e
il
protospataro
Arsafio,
ambasciatore
dell'imperatore
Niceforo
alla
Corte
di
Carlo
Magno
nel
810-11,
(del
quale
il
nome
è
detto
più
correttamente
da
altri
Arsace,
e
guasto
invece
dal
Dandolo
in
Habersapius
o
Ebersapio),
arrivava
a
Venezia
per
giudicare
il
Doge
Obelario.
Se
mi
fossero
indulgenti
i
lettori,
potrei
ricordare
anche
la
cooperazione
degli
Imperatori
bisantini
d'origine
armena
coi
Ve
neziani;
come
sarebbe
l'invio,
nel
813,
di
Giustiniano
figlio
del
Do
ge
Partecipazio
a
Leone
cognominato
l'Armeno,
il
quale
prima
d'al.
tri
lo
nomind
Ipato,
facendogli
doni
che,
dopo
mille
anni,
si
vene
rano
ancora
a
Venezia:
cioè,
reliquie
de'
Santi,
sacre
schegge
del
legno
della
Croce
di
G.
C.,
brani
delle
Vesti
di
Lui
e
della
Vergine
sua
Madre;
e,
più
sorprendente
all'occhio,
il
corpo
di
S.
Zaccaria;
nonchè
molto
oro
per
la
fabbrica
del
sontuoso
tem
pio
di
questo
santo
Profeta
e
dell'attiguo
monastero
delle
reli
giose;
fra
le
quali
si
consacrarono
anche
vergivi
Armene.
In
vestigando
l'attuale
Tesoro
di
S.
Marco,
forse
si
potranno
disco
prire
memorie,
vasi
o
reliquari
offerti
da
qualche
re
o
regina
di
sangue
armeno.
Abbiamo
proferito
il
nome
di
S.
Marco,
davanti
al
quale
deve
inchinarsi
ogni
Armeno-Veneto;
fra
tutti
gli
orientali,
080
dire
che
i
più
stretti
alleati
della
repubblica
dell'Evangelista,
fu
rono
gli
Armeni.
Scrivendo
questi
l'anno
1547,
lettera
raccoman
dativa
per
loro
Patriarca,
cominciano
coi
saluti
di
S.
Gregorio
Nis
minatore,
loro
apostolo,
a
San
Marco,
patrono
di
Venezia,
e
poi
tornano
a
salutare
i
suoi
protetti.
Nella
nuova
Armenia,
ossia
nell'
Armeno-Cilicia,
ove
fu
la
forza
di
solidarietà
armena-veneta,
come
si
vedrà
in
appresso,
benissimo
si
conosceva
S.
Marco,
essendovi
a
lui
dedicata
una
chiesa
da
Veneti
mercatanti.
Dopo
S.
Pietro
di
Roma,
e
forse
pid
di
quello,
era
nel
corso
di
vari
secoli
rivisitato
dagli
Arme
di
S.
Marco
di
Venezia.
Le
colonne
monumentali
che
adornano
la
facciata
di
quel
la
impareggiabile
Basilica,
portano
incisi
a
centinaia
i
nomi
di
pellegrini
Armeni;
massime
dal
cinquecento
al
settecento;
e
ale
cuni
di
essi,
ignari
delle
leggi
della
favella
italiana,
scrivono
ingenuamente:
«N.
N.
soroo
di
Santa
Marco!»
Ma
non
è
ancora
tempo
di
occuparci
di
questi
ultimi
arri
vati
a
farsi
ricordare
alle
basi
di
San
Marco,
se
è
permesso
cosi
dire.
Alziamo
lo
sguardo
su
iu
alto,
alla
fronte
di
quella
stupenda
faociata:
e
quando,
fra
tante
sacre
memorie
dell'arte,
ci
colpirà
d'
ammirazione
uno
strano
monumento,
anteriore
all'età
oristiana
e
meraviglia
dell'arte
greca,
la
quadriga
dei
Cavalli
di
bronzo
dorato,
ricordiamoci
ancora
della
tradizione,
ripetuta
da
molti
scrittori
di
cose
venete
e
romane,
la
quale
li
dice
opera
di
un
Lysippo
o
di
un
suo
collega,
dalla
Grecia
trasportati
nell'Armenia
e
di
là
condotti
a
Roma,
da
un
monarca
Armeno,
in
re
galo
all'
Imperatore
romano;
questi
ordinariamente
è
ritenuto
Nerone,
l'altro
Teridate
Parto-armeno.
Ma
io
preferirei
credere
un
altro
Teridate
bravo,
e
santo,
che,
convertito
al
cristianesimo
con
tutta
la
sua
nazione,
molti
anni
avanti
cbe
Costantino
concedes
se
la
libertà
alla
Chiesa,
venne
poi
a
Roma
per
congratularsi
con
questo
e
ristriogere
l'alleanza
che
durava
fra
i
due
govervi
da
un
pezzo.
La
tradizione
armeda
dice
che
Teridate
porto
da
Roma
diversi
ricchi
doni
ricevuti
da
Costantino,
senza
dubbio
in
contracambio
di
quelli
che
egli
stesso
aveva
recati
a
lui;
e
che
fra
quelli
fosse
anche
la
singolare
quadriga,
nou
è
impro
babile.
Sappiamo
già
dalle
storie
nazionali
fino
dai
secoli
IV
e
V
che
il
padre
di
Tigrane,
tanto
famoso
nella
storia
romana,
predo
dalla
Grecia
e
dalla
stessa
Atene
diversi
capolavori
d'arte
dei
fioriti
tempi
di
quell'insigne
paese
e
li
trasse
nel
suo.
Una
di
queste
ineravigliose
sculture
in
bronzo,
non
è
guari,
si
scopri
nell'Armenia;
una
testa
di
Diana,
o
d'un
altra
deira,
di
gran.
dezza
doppia
del
naturale,
a
peso
d'oro
comprata
e
collocata
accuratamente
nel
Museo
Britapnico.
Ora,
vedendo
quei
Cavalli
la
nell'aria,
non
può
l'Armeno-Veneto
non
pensare
con
meraviglia
alla
mano
ingegnosa
che
gli
scolpi,
al
braccio
forte
che
li
rapi,
all'uomo
generoso
che
gli
offri,
e
a
quello
più
scaltro
che
dal
Bo
sforo
li
trasporto
a
questi
lidi,
come
insigne
trofeo
delle
sue
prodezze.
Se,
per
queste,
può
sempre
vantarsi
il
Veneziano
del
suo
im
mortale
Enrico
Dandolo,
sappia
il
lettore
benigno,
che
il
valente
e
savio
Doge
non
è
meno
caro
all'Armeno:
e
le
due
genti
devono
tenerlo
in
grandissimo
conto
per
i
reciproci
legami
che
appunto
per
opera
di
lui
principiarono
realmente
e
saldamente,
e
durarono
quasi
due
secoli;
sappiasi
pure,
che
se
il
Dandolo
fu
per
cosi
dire
la
testa
di
ponte
delle
relazioni
venete-armene,
da
questa
parte
occidentale,
dall'altra,
in
Oriente,
v'era
il
primo
Re
dell'
Armeno-Cilicia,
un
altro
principe
insigne:
Enrico
e
Leone
il
Magnifico
potevano
farsi
onore
l'uno
all'altro,
e
gareggiare
an
che
per
il
primato.
Imperciochè
se
Enrico
aggiunse
al
suo
do
gato
più
che
una
terza
parte
dell'impero
bisantino,
Leone
cred
un
intiero
regno
per
sè
e
per
i
suoi
successori,
in
una
situazione
molto
grave
e
quando
lo
circondavano
implacabili
nemici.
Ora
che
entriamo
nel
periodo
sicuro
delle
relazioni
armeno
venete,
è
necessario
sapere
qualche
cosa
dello
stato
di
questo
popolo
armeno
e
del
suo
paese,
ove
accorrevano
annualmente
in
folla
i
mercanti
Veneti,
e
galee
armate
e
cariche
di
merci
pro
ziose
solcavano
le
acque
che
battono
le
sponde
dell'Adriatico
e
quelle
della
Cilicia.
Saremo
brevi.
Dopo
lunga
serie
di
vicende,
il
vecchio
popolo
armeno,
sfuggito
alle
torme
de'
puovi
Sciti
(Selgiucchi),
si
staccò
dalla
ado
rata
patria;
una
parte
emigro
nel
centro
dell'Asia
Minore,
e
di
là
per
altri
disastri
ripard
verso
mezzodi
nelle
aspre
montagne
del
Tauro,
e
si
cred
uo
abbozzo
di
governo,
che
poco
a
poco
prese
forma
regolare.
Il
suo
capo
per
lungo
tempo
veniva
chia
mato
Signore
della
Montagna,
o
semplicemente
il
Montanaro.
E
rano
tempi
gravi
di
nuove
e
strane
vicende:
suonò
la
tromba
delle
Crociate:
l'Europa
verso
le
sue
schiere
crocisegnate
sull'A
sia:
quei
semisacri
militi,
coi
loro
eroici
condottieri
immortalati
dal
Tasso,
cercando
passi
sicuri
attraverso
terre
e
genti
più
ne
miche
che
barbare,
s'abbatterono
ai
confini
dei
nostri
montanari
Armeni;
i
quali
memori
di
una
nazionale
profezia
che
annun
ziava
la
venuta
d'una
gente
brada
o
franca
in
loro
soccorso,
s'afrettarono
essi
stessi
a
soccorrere
i
ben
venuti
eroi
d'occidente
e,
pid
che
d'armi,
li
servirono
di
vettovaglie;
e,
quel
che
era
più
argente,
aprirono
loro
i
passi
secreti
delle
montagne
e
gli
ac
compagnarono
fino
ad
Antiochia.
Il
resto
diranno
gli
storici
delle
Crociate;
ci
basti
il
ricordare
che,
in
segno
di
gratitudine,
quei
principi
occidentali
onorarono
i
nostri
Armeni
con
titoli
di
Baroni
e
di
Conti,
trovandoli
fra
tutti
i
popoli
d'oriente
i
più
capaci
delle
idee
occidentali,
ed
egualmente
animati
per
quello
scopo
che
gli
aveva
fatti
muovere
dalle
loro
sedi
agiate,
gettandoli
fra
tante
affanni
e
tanti
pericoli.
L'alleanza
con
gli
Armeni
fu
quasi
a
un
tratto,
e
per
im
pulso
dell'istinto:
non
era
dunque
da
meravigliarsi
se
questi
non
solo
fossero
condottieri
dei
Condottieri
dell'esercito
europeo,
ma
anche
commilitoni
nell'avanguardia
che
attacco
e
tolke
Antiochia.
Più
difficile
che
la
presa
di
questa
città
e
di
Gerusalemme
stessa,
fu
quella
di
Tiro,
perchè
da
terra
e
da
mare
fortificata
e
ben
difesa;
sotto
quelle
mura
si
spiegava
anche
la
bandiera
di
San
Marco;
e
fra
tutte
quante,
fu
la
più
nota
e
cercata
dal
l'armena.
E
certo
nel
grande
miscuglio
degli
assediatori
perano
anche
Armeni:
anzi
la
caduta
di
quella
fortissima
piazza,
se
dalla
parte
del
mare
fu
facilitata
per
l'armata
veneta,
da
terra
fu
in
qualche
modo
agevolata
da
industria
armena.
Infatti,
non
essen
do
abbastanza
potenti
le
macchine
ad
abbattere
quei
formidabili
torrioni
e
le
muraglie,
un
prote
armeno
di
nome
Avedik
(che
si
traduce
Nunziato),
ne
fabbrico
di
più
imponenti;
ai
colpi
delle
quali
cedettero
non
poca
parte
dei
difensori
e
delle
difese,
e
finalmente
soccombettero.
Se
una
tradizione
o
una
favola
con
duceva
gli
antenati
dei
Veneti
e
degli
Armeni
sotto
le
mura
di
Troia,
qui
davanti
a
Tiro,
gli
congiunge
la
storia
e
li
fa
cono
scere
uni
agli
altri
per
la
prima
volta
indubitatameute.
Questo
fatto,
come
si
sa,
avvenne
alla
fine
del
primo
quarto
del
secolo
XII:
nel
corso
dei
due
seguenti,
andava
crescendo
la
possanza
e
allargandosi
il
territorio
de'
nostri
Armeni
montanari,
si
formava
un
governo
regolare
designato
col
nome
del
primo
loro
sovrano
(Rupeno)
Rupeniano,
nome
che
tante
volte
s'incontra
nel
le
lettere
corse
tra
loro
e
i
Dugi
di
Venezia,
fino
alla
metà
del
secolo
XIV,
sotto
sedici
sovrani;
de'
quali
gli
otto
primi
s'
appellavano
Baroni,
gli
altri,
fra
i
quali
alcuni
d'altro
legnag
gio,
furono
Re.
Leone
il
Magnifico,
contemporaneo
del
grande
Enrico
Dandolo
e
suo
alleato,
(il
quale
nel
principio
della
sua
baronia
veniva
ancora
appellato
il
Montanaro
nelle
lettere
del
Papa),
con
mirabile
perseveranza
e
accortezza,
non
meno
che
col
la
bravura
sui
campi
di
battaglia,
primamente
estese
il
suo
do
minio
su
tutta
la
Cilicia,
su
parte
dell'Isauria
e
della
Pamfylia,
e
su
qualche
altra
regione
d'
Asia
Minore
e
di
Siria,
poi
otten
ne,
con
onore,
e
dall'Imperatore
d'Oriente
o
da
quello
d'
Ooci
dente
(Enrico
VI),
e
dal
Califfo
di
Bagdad
la
corona
reale,
non
chè
dal
sommo
Pontefice
(Innocenzo
III)
lo
stendardo
di
S.
Pie
tro,
che
valeva
per
lui
più
che
di
un'
altra
corona.
Questi
fu
il
fondatore
del
regno
dei
Rupeniani,
i
quali
inve
ce
di
montanari
vennero
subito
dichiarati,
nelle
lettere
dei
Ponte
fici
e
di
altri,
Illustrissimi
e
Potenti,
e
nelle
venete,
con
titolo
trop
po
saperbo,
Altitonanti
[4].
Re
Leone,
coronato
con
grandissima
solennità
per
le
mani
del
suo
Patriarca
e
del
Legato
del
Papa,
già
gran
cancelliere
dell'
Imperatore
d'Allemagna,
fu
ammirato
dai
capi
degli
stati
e
orientali
e
occidentali
che
attornjavano
il
suo
paese;
il
quale
confinava
coi
regoi
e
i
principati
de'
Crocia
ti
e,
per
mezzo
della
navigazione,
comunicava
con
altre
terre
lontane.
La
felice
posizione
della
Cilicia,
quasi
nell'angolo
che
con
giunge
le
tre
parti
della
terra
zillora
conosciuta,
quel
sito
siouro
del
seno
Egeaico
(d'
Aiazzo)
che
si
chiamava
Golfo
Armono,
quei
porti
della
costiera
celebri
ab
antico,
massime
quello
di
Tarso,
il
quale
poi
con
tutti
gli
altri
fu
ecclissato
dal
nuovo
ed
incom
parabile
porto
di
Aiazzo
o
Laiazzo,
[5]
le
scoperte
delle
strade
commerciali
dell'
Asia
Interiore,
attiravano
le
navi
di
tutti
i
pae
si,
e
innanzi
a
tutti,
delle
Repubbliche
e
de'
Comuni
italiani,
ver
so
quelle
spiaggie
divenute
armene,
ed
in
seguito
quasi
totalmen
te
verso
Aiazzo;
non
solamente
porto
principale
fra
tutti
quel
li
dell'
Armeno-Cilicia,
della
Siria
e
dell'Asia
minore,
e
quasi
di
tutta
l'
Asia
anteriore,
ma
gran
centro
ancora
e
capo
e
deposito
delle
caravane
di
terra.
Fintanto
che
i
nostri
Baroni
disputavano
per
questo
tratto
di
terra
coi
loro
vicini
invidiosi,
i
Soldani
d'
Iconio
e
d'Aleppo,
coi
Greci
bisantini,
coi
Principi
antiochiani
e
con
altri,
lo
stato
del
paese
era
incerto
e
quindi
cautamente
visitato.
Appena
la
coro
na
raggiò
sulla
fronte
altera
di
Leone,
col
primo
saluto
venne
pregato
di
concessioni
e
di
trattati
commerciali.
Naturalmente
gli
Italiani,
allora
padroni
del
mare,
doveano
andare
innanzi
agli
altri
in
questa
prerogativa.
Il
primo
trattato
o
Privilegio
di
commercio
che
si
conosca
di
Leone,
è
quello
concesso
ai
Geno
vesi,
nel
mese
di
marzo
dell'anno
primo
del
secolo
XIII,
seguìto
pochi
mesi
dopo
da
un
altro
simile
dato
a'
Veneziani.
Ed
ormai
è
tempo
che
ci
occupiamo
di
questi
soltanto.
Che
prima
del
regno
di
Leone
e
di
Dandolo
i
Veneziani
approdassero
al
paese
de'
Rupeniani,
formando
relazioni,
è
più
cbe
probabile:
infatti
già
dal
tempo
della
baronia
di
Rupino
II.
fratello
e
antecessore
di
Leone
(1175-1187),
la
Corte
di
Roma
cor
rispondeva
coi
nostri
Sovrani
e
Patriarchi,
segno
che
il
loro
governo
formale
era
conosciuto
anche
da
altri
europei;
e,
in
se
condo
luogo,
si
sa
che
i
Veneziani
avevano
già
stabilite
relazioni
coi
Principi
d'Antiochia
e
col
Soldano
d'Iconio:
e,
quel
che
è
più
essenziale,
si
tiene
come
certo
che
il
primo
degli
Ziani
(Seba
stiano)
avanti
che
fosse
eletto
doge
(1171-79)
abbia
visitato
i
no
stri
porti
armeni,
forse
inentre
andava
in
ambasciata
alla
Corte
bi
santina.
D'altronde
il
Navagero
anticipa,
se
non
erro,
questi
fatti,
scrivendo:
«
La
Bignoria
di
Venezia,
acciocchè
i
suoi
cittadini
po
tessero
mercantare
per
tutto,
mandò
uel
1196
Messer
Giacomo
Ba
doer
ambasciatore
al
re
di
Trebisonda....
un
Bailo
in
Trebisonda
e
cosi
nell'
Armenia,
e
alla
Tana
un
Console
».
À
me
pare,
mol
to
più
tardi
compariscono
i
primi
Baili
d'Armenia;
e
a
questi
del
principio
il
Bailo
di
S.
Giovanni
d'Acri,
ossia
Accone,
paga
va
il
salario.
Ad
ogni
modo
è
certo
che
il
primo
ambasciatore
che
si
sappia
mandato
alla
Corte
di
Sis,
cioè
alla
capitale
del
l'armeno-Cilicia,
da
Dandolo
a
Leone,
fu
Gircomo
figlio
di
Giov.
Badoer,
a
cui
il
nostro
Re
consegnò
nel
mese
di
dicembre
del
l'anno
1201
il
primo
Privilegio,
ossia
trattato
di
commercio,
in
doppio
esemplare,
armeno
e
latino,
quello
perduto,
questo
con
servato
(non
nell'
originale
bollato
coll'
aureo
sigillo
reale,
ma
in
copia
antica),
nell'archivio
di
Venezia;
e,
benchè
pubblicato
in
varie
collezioni
speciali,
lo
diamo
anche
noi
innanzi
ad
ogni
altro
Documento
armeno-veneto.
[6]
Qui
citeremo
in
succinto
i
capi
del
trattato,
che
servi
di
mo
dello
a
tutti
i
seguenti
privilegi
dati
dai
nostri
Re
a'
Veneziani,
In
primo
luogo
Leone
concede
al
Doge
e
a
qualunque
Veneziano
libera
entrata,
uscita
e
circolazione
nell'intiero
suo
paese,
con
tutti
i
loro
averi;
2.
Ma
ad
ogni
modo
i
Veneti
che
abitano
oltre
mare
(cioè
in
Oriente),
dovrebbero
pagare
il
diritto
(doganale)
come
qualunque
altro
cristiano
nel
passare
la
Portella
[7],
ove
era
no
stabilite
le
dogane
principali
del
governo,
verso
i
confini
d'Antiochia.
3.
Oro
ed
argento
importato
per
essere
coniato
in
'moneta,
sia
sottoposto
alla
tassa,
come
si
faceva
anche
in
Acri.
In
seguito
di
tempo
fù
determinato
che
la
metà
dell'
argento
da
convertire
in
moneta
dovesse
mettersi
nella
zecca
del
Re:
e
benchè
la
con
dizione
fosse
grave,
pure
diversi
decreti
del
Senato
o
del
Maggior
Consiglio
veneto
ne
raccomandaronu
la
puntuale
esecuzione.
4.
Le
persone
e
le
abitazioni
de'
Veneziani
saranno
guarantite
incolumi.
5.
Cosi
pure
nel
caso
de'
paufragi:
ma
se
nel
legno
affondato
si
trovassero
robe
di
non
Veneziani,
dovranno
essere
confiscate.
6.
I
danni
sofferti
da
Veneti
nel
loro
passaggio
dal
l'Armenia
altrove,
saranno
risarciti
dal
Re.
7.
Saranno
rispettati
i
testamenti
de'
Veneziani;
e,
in
caso
di
morte
ab
intestato,
le
robe
del
morto
si
dieno
a'
concittadini
di
lui:
se
questi
non
vi
sono,
sa
ranno
deposte
presso
il
Cancelliere
del
Re,
il
quale
ordinariamente
era
l'Arcivescovo
di
Sis.
Si
vede
da
questo
capitolo
che
non
vi
era
ancora
Bailo
stabile
sotto
il
regno
di
Leone.
8.
Le
cause
de'
Vene
ziani
si
trattino
da
loro
connazionali;
e
se
non
potessero
essi,
le
definisca
il
suddetto
Cancelliere
del
Re
a
Sis.
9.
Perd
i
casi
di
omi
cidio
devono
esaminarsi
delle
assise
del
Re.
10.
Cosi
pure
le
oan
se
d'un
Veneto
con
uno
straniero.
11.
Il
Re
concede
ai
Venezia
ni
abitazione,
chiesa,
sacerdote
e
fondaco
nella
città
di
Mamestia
o
Messis
(l'antica
Mopsuestia).
12.
È
loro
permesso
di
abitare
dove
vogliono
in
tutto
il
regno.
Ciò
mostra
che
il
Re
loro
re
galava
il
terreno
per
le
case
e
per
la
chiesa
a
Mamestia,
ma
che
in
altri
luoghi
i
Veneziani
dovevano
procurarsela
da
se
La
città
di
Mamestia
è
situata
sopra
il
fiume
Giaban
o
Gi
hun
(l'antico
Pyramis),
il
quale
era
allora
navigabile
a
legni
mediocri,
che
potevano
scambiare
le
loro
merci
con
quelle
arri
vate
per
terra
insieme
alle
caravane
asiatiche.
Quindici
anni
dopo,
Leone
rinnovando
il
privilegio
dato
ai
Genovesi,
concedeva
loro
abitazione
in
due
o
tre
altre
città.
Riguardo
ai
Veneziani
non
si
tro
va
altro,
e
bisogna
trascorrere
45
anni
per
incontrare
un
altro
Pri
vilegio
dato
nel
1245
da
Aitone
I.
(Hethum),
a
richiesta
del
doge
Giacomo
Tiepolo,
per
mezzo
del
suo
ambasciatore
Pietro
Dandolo
(2).
Credo
utile
notare
che
questo
Hethum
non
era
propriamen
te
dalla
famiglia
Rupeniana,
ma
di
quella
Hothumiana,
la
più
bobile
dopo
la
prima,
e
fù
sposato
&
Zabel,
ossia
a
Isabella
uni
ca
figlia
ed
erede
del
Magnifico
Leone:
i
suoi
successori
regna
ancora
un
secolo,
dopo
la
data
del
Privilegio
citato,
sem
pre
conservando
il
titolo
di
Rupeniani,
benchè
tali
fossero
sol
tanto
dal
lato
materno.
Questo
Privilegio
di
Hethum,
donato
non
solo
a
nome
suo,
ma
anche
della
consorte
regina
Zabel,
in
fatto
di
condizioni
quasi
Qulla
contiene
di
nuovo;
eocetto
che
sottomette
al
giudi
zio
del
suo
gran
Cancelliere
(l'
Arcivescovo
di
Bis)
le
liti
indecise
tra
Veneziani;
e
che
la
consegna
delle
robe
dei
defunti
ab
intesta
to
usige
scrittura
segnata
dal
Bailo
di
Acri
e
dal
Doge
stesso.
Ma
un
altro
Privilegio
emanato
pure
da
Hethum
del
1261,
(mese
di
govembre)
e
che
credo
finora
inedito
[8],
dimandato
dal
Doge
Ranieri
Zeno,
per
mezzo
dell'ambasciatore
Giovanni
Ze
no,
scritto
per
mano
del
cancelliere
arcivescovo
Toros
(Teodoro)
e
rogato
per
mano
di
Giovanni
prete,
notaio
veneto
in
Acri,
oltre
la
conferma
degli
articoli
già
conosciuti,
aggiunge
la
conces
sione
d'abitazione
e
di
fondaco
a
Sis
la
capitale;
e,
quel
che
è
di
sommo
interesse,
anche
nell'Ayazzo.
«
Et
apud
Jatiasi
da
bimus
eis
locum
ad
faciendum
domum
».
Ed
ecco
quasi
la
più
antica
citazione
del
nome
di
quest
importantissimo
luogo
che
fin
ora
siasi
trovato,
si
nelle
scritture
nazionali
che
nelle
straniere;
e
siccome
non
ce
n'era
nessun
indizio
nel
primo
privilegio
di
Hethum,
la
ragione
vuole
che
s'ammetta
questo
celebre
porto
d'Ayazzo
essere
stato
aperto
nell'intervallo
dal
1245
e
1261.
Il
notaio
succitato
avea
veduto,
in
uno
colla
traduzione
latina
del
cancelliere
Toros,
l'originale
armeno
col
sigillo
aureo;
ora
non
esiste
che
una
copia
latina
(3).
L'apertura
del
porto
d'Ayazzo
al
commercio
internazionale,
direi
anzi
universale,
osigeva
lo
stabilimento
dei
rappresentanti
dei
governi
e
comunità
mercantili,
sotto
qualsiasi
appellazione;
o
Bailo
come
era
quello
dei
Veneziani,
o
Console
secondo
l'uso
dei
Genovesi
e
Pisani.
Nell'ultimo
privilegio
che
ci
mostro
Ayazzo,
non
si
preseuta
ancora
il
Bailo
Veneto;
ma
nel
susseguente,
donato
dal
figlio
e
successore
di
Hethum,
Loone
II,
nell'anno
primo
della
sua
incoronazione
(1271),
a
richiesta
del
Doge
Tiepolo
Lorenzo
per
mezzo
dell'ambasciatore
Pancrazio
Malipiero,
(tradotto
in
francese
da
un
Jeoffroy
interprete
del
Re,
si
trova
citato
la
prima
volta
il
Bailo
Veneto
d'
Armenia
(4).
Negli
archivi
veneti,
ossia
nei
decreti
del
Consiglio
e
del
Senato
lo
trovo
tre
anni
posteriormente,
cioè
nell'anno
1274,
il
14
d'agosto
(16),
e
pare
effettivamente
la
prima
citazione
in
quei
preziosi
documenti,
perchè
l'epigrafe
porta :
«
Incipiunt
consilia
Bajulo
Armeniae
per
tinentia.
»
Mi
pare
che
a
questo
primo
decreto
(ad
oggetto
di
compra
di
bambagi)
acceppi
il
Foscarini
nella
sua
Letteratura
Venesiana
(ed.
1854
pag.
52)
parlando
dei
Consoli
e
Baili
di
Costantinopoli,
Soria,
Tunisi
e
Armenia:
«Un
decreto
del
secolo
medesimo
(del
mille
dugento)
ce
li
rappresenta
in
quest'ultimo
luogo
assistiti
da
una
eletta
ragunanza
d'uomini
nazionali,
o
col
voto
di
essi
risolvere
le
quistioni
più
gravi.
»
[1]
Omero,
Iliade,
II,
85.
V,
577.
[2]
Strabone,
XIII,
607.
-
Livio
I,
I.
-
Corn.
Nepo.
-
Il
Filiasi
(1,
82)
pare
credosso
che
Erodoto
(I,
196)
abbia
detto
essere
i
Voneti
colonia
do'
Medi,
ma
il
padre
degli
storici
parla
dei
Sigoni,
e
non
dei
Veneti.
[3]
Che
amassero
i
Veneti
la
cavalcatura
malgrado
la
posizione
marito
tima
della
capitale,
è
attestato
dai
loro
storici,
coll'aggiunta
del
singolaro
loro
gasto
di
coprire
i
cavalli
in
colore
d'arancio.
[4]
I
Ro
armeni
della
Cilicia,
nelle
loro
lettere
s'intitolavano
N.
N.
del
Malta
e
potente
stirpe
dei
Rupeniani;
pare
che
la
Cancelleria
Veneta
o
male
intendendo
o
per
adulazione,
abbia
tuonato
cosi.
[5]
Il
principale
a
celebratissimo
porto
dell'Armeno-Cilicia,
anticamente
chiamato
Aegae
o
Aegea
per
chi
aveva
il
nome
di
Seno
Egeaceo,
ora
cono
sciuto
sotto
il
nome
di
Golfo
d'Alessandretta,
o
nel
Medio
evo
Golfo
o
Mare
Armeno.
Gli
Armeni
restaurando
il
porto
vi
formarono
una
città
cospicua
e
fio
rentissima
per
il
commercio,
e
la
chiamavano
Ayas,
Այաս,
d'onde
l'italiano
Ayazzo
o
Ayaccio
al
quale
fu
aggiunto
l'articolo
e
prevalse
il
nome
Layaz
zo:
si
scrive
anche
La
Giazza,
La
Jazza.
Chi
volesse
avere
un'ampia
idea
di
questo
emporio
di
prima
classe,
consulti
l'opera
magistrale
del
Heyd
sulla
Storia
del
Commercio
di
Levante
nel
medio
evo
(traduzione
francese,
Vol.
II.
p.
74-92).
Più
estesamente
se
n'è
parlato
nella
descrizione
ge
nerale
dell'Armeno-Cilicia
(Sissuan,
in
armeno,
p.
356-395),
ove
si
notano
alcune
citazioni
sul
Layazzo
nella
olassica
letteratura
italiana;
per
esempio
quella
di
Boccaccio
(Giorno
VI,
Raccon.
VII.
G.
IX
Rac.
X);
il
quale
vi
veva
appunto
nel
tempo
più
fiorito
di
Ayazzo.
-
L'Ariosto
che
scriveva
quasi
un
secolo
e
mezzo
dopo
la
catastro
fo
d'Ayazzo,
ricorda
con
felice
memoria
ancora
ambidue
i
castelli
d'Ayazzo
(Orl.
Fur.
XLX,
54).
«Nel
Golfo
di
Layazzo
in
ver
di
Soria,
Sopra
una
gran
città
si
trovò
sorto;
Egi
vicino
al
lito,
che
sopria
L'uno
e
l'altro
castel
che
porta
il
Porto».
[6]
Questi
comori
chiamano
i
Documenti
(Parte
II).
[7]
Cosi
detta
por
una
antica
porta
di
marmo
nella
stretta
delle
montagne,
vicino
all'attpale
Alessandretta,
le
famose
Pile
della
Cilicia
e
della
Siria,
posta
in
mezzo
di
questi
due
paesi,
per
la
quale
doveva
passare
necessa
riamento
chi
se
ne
andava
o
ritornava.
[8]
Questo
documento
si
trovava
fra
quelli
trasportati
da
Venezia
a
Vienna,
e
di
là
ritornati
al
loro
posto
primiero
(negli
Archivi
di
Venezia),
do
po
la
formazione
del
nuovo
Regno
d'Italia.