L'Armeno-Veneto. Compendio storico e documenti

Հեղինակ

Բաժին

Թեմա

L'ARMENO-VENETO 
Compendio Storico e documenti delle Relazioni degli armeni coi veneziani
Primo Periodo, secoli XIII-XIV

 

A meraviglia nelle istorie del mondo l'incontrarsi di due popoli, stranieri di lingua e di costumi; e tanto maggiormente, se divisi l'uno dall'altro, non solamente dalle catene  de monti e dai mari, ma ancora per l'interposizione di parecchie  altre genti , più vicine bensi, ma con le quali non v'ebbero relazioni si grandi come fra que' due più lontani . Se poi alla lon  tananza dei paesi si aggiunga quella dei tempi , e si ricordi ancora essere l'origine di quasi tutte le nazioni avvolta nelle tenebre, si possa affissarvisi come sulla realtà, cið nonostante  c'è un piacere secreto in quelle ombre vaghe della tradizionementre la critica severa la rigetta, la immaginazione se ne com  piace, non dico un'immaginazione senza freno, ma appoggiata  più o meno alla probabilità o alla possibilità.

Chi spieghi davanti a una carta storica -geografica dell'Armenia, due cose trova offrirsi alla sua riflessione: prima, l'antichità del paese, vale a dire del popolo armeno, fino dalle origini  della storia autentica cominciata dal diluvio : ed eccoci additato  il primo punto geografico col nome di Monte Ararat, sinonimo  d'Armenia , nelle sacre Scritture ; mentre anche la storia profana  alle più antiche nazioni accopia quella degli Armeni. Secondo  che, per quanto si ostinasse a restare sopra il suolo patrio, non  poca parte della nazione Armena si trovi oggi dispersa nei paesi  stranieri, vicini e lontani , anche lontanissimi ; cosichè si può  chiamarla cosmopolita per eccellenza

Non è dunque da meravigliare se gli Armeni avessero contratta relazione e corrispondenza coi popoli stranieri , e principalmente con quelli più ricchi d'industrie e di commerci; essendo stato sempre il commercio una delle principali occupazioni e  passione degli Armeni

Scoprendo il velo dei primitivi secoli seinistorici, e volendo  lasciare da banda altre regioni ed altre genti della terra, sceglierne una ad esempio delle relazioni coll’Armenia, ci si pre senta particolarmente un popolo per molti riguardi celebre e segna lato nel medio evo, in un paese non meno singolare per la forma zione, che per la sua politica e per l'industria : una delle attuali regioni d'Italia, non ha molto indipendente: la Repubblica di Venezia

Venezia ed Armenia ! Se non vi è comparazione, c'è correlazione

Benchè tutte le nazioni sieno coeve per la origine, si repu tano antiche o moderne per la storia, ossia per la loro rivelazio ne nel corso dei tempi : per questo riguardo, immenso è lo spa zio fra l'Armenia e Venezia, e si può dire che il giorno felice, in cui Venezia spuntava dallo splendido seno dell'Adriatico, l'Armenia , oramai vetusta, s ' immergeva nelle mobili onde de' suoi  trenta secoli, durante i quali aveva compiuto il lungo lavoro del  la sua attività. Accanto alle antichissime nazioni orientali , l'Armenia aveva rappresentata la sua parte nel teatro mondiale forza era si curvasse sotto il peso dei tempi : venne meno, s'in  deboll, passo, ma non trapassò

Chi oserebbe dire che, perdendo la indipendenza, morisse  Venezia ? Dicasi lo stesso per l'Armenia , benchè in proporzione  ineguale, per opera della sorte, la quale con leggi non eguali governa l’Asia e l'Europa. La perdita dell'autonomia non è la  perdita dell'esistenza; anzi spesse volte sotto le percosse della fortuna cresce la energia . Dopo un grave colpo ch'ebbe, l'Armenia trovò mezzo di salda e sincera relazione con Venezia nella più fiorente età di questa : e con che dignità, con che frutto, lascio giudicare a chi abbia la curiosità d'inoltrarsi in queste pagine. Ma  ci si permetta intanto di rimuovere un poco quel misterioso  velo dei secoli semistorici

Abbiamo accennato all ' Armeno come comparso sulle prime  scene della storia ; ci conviene indagare la culla, ossia il primo  essere del Veneziano, innanzi alla sua mirabile metamorfosi in  quella forma singolare, che s'attirò lo sguardo dell'Europa e del  l'Asia dal sesto secolo fino al decimottavo. Rimontando altrettanto  spazio di tempo avanti a quella rigenerazione della stirpe veneta arriviamo quasi ai giorni eroici della guerra troiana ; ed ecco  il vecchio poeta, che ringiovinisce l'estro dei moderni , Omero colla magica arte svelarci un simulacro dei Veneti collo scambio, o il nascondersi d'una sola lettera del nome ; poichè egli  chiama Heneti, o Eneti, una famiglia o tribù di Paflagoni, [1]  bravi nel maneggiare cavalli e muli d'eccellente razza : i quali attesta anche Sofocle, essere giunti a soccorrere lo sfortunato  vecchio Priamo, [2] e prevenuti dai non meno valorosi [3] ca valieri dell'Ararat, col loro sovrano e duce Zarmayr; il quale, insieme ad Ettore ed Euforbo, giacque su quei gloriosi campi; ma colpito, ci avverte il nostro storico, von da altra mano che da quella ferrea dell'eroe degli eroi, d'Achille; mentre Pylomene condottiere Heneto cadeva sotto quella fiacca di Menelao. Sieno favole o leggende, poichè noi cerchiamo le relazioni di questi due popoli, non è da tenere in piocolo conto questo vederne gli antichi padri alleati nel primo celebre fatto della storia profana

I Paflagoni erano quasi limitrofi agli Armeni ed agli Ar menochalibi, separati per un fiume mediocre, l'Alys. Vestivano similmente, alla frigia; e per caso singolare, il simbolo allego rico d'ambidue i popoli era lo stesso, la tiara, ossia il berretto frigio, col quale i Romani nelle loro monete rappresentano gli Armeni. E chi non conosce la stessa tiara in capo al doge dei Veneti, ed a Venezia stessa personificata nella pittura e nella scultura ? Secondo alcuni interpreti, Veneto, significa illustre; gli Armeni si chiamavano grandi. Spero che i critici più severi, af fratellandosi questi due popoli imberrettati alla frigia, in una lontananza così grande di luoghi e di tempi, loro concederanno di salutarsi con rispettoso affetto, intanto che noi ci affretteremo & cercare tra loro, in tempi più moderni, altre e più autentiche attinenze

Lascio agli eruditi delle venete memorie il discutere la pro babilità della nascita o del battesimo, se si permette dire cosi, della loro alma città e del comune, nell'anno 421 ai 25 di marzo. In quello stesso anno, le cronache armene indicano la fonda zione della fortezza e l'ampliazione della capitale dell'Alta Ar menja, Teodosiopoli, l'odierna Erzerum, scelta residenza del go vernatore imperiale (bisantino) dell'Armenia Occidentale, ed in pari tempo baluardo contro i Sassan idi (Persiani), i quali possede vano l'Armenia Orientale. Quella fortezza altera germana a que sta bella ed unica Venezia, da quel giorno sino ad oggi nel corso di oltre quattordici secoli torbidi, conservò e conserva ancora il grado e l'ufficio poco lieto per cui s'innalzo, anzi divenne gran de, tra le città armene, di mano in mano che tutte le residenze regie, (e ce n'erano non poche) disparivano, lasciando quale più, . quale meno, o quasi niente, de' loro edifizi e delle loro rovine. E cool quella forte città, situata presso le sorgenti del classico, anzi sacro Eufrate, divende la metropoli d' Armenia, ed è an cora la città la pid popolata, anzi la capitale della provincia d'Erzerum, che comprende oltre all'Armenia turca anche un bel tratto d'Asia Minore; ed in pari tempo uno dei punti militari i più tentati ed ostinati, e a' nostri di il più formidabile, del Turco nell'Asia contro l'impero del suo vicino

Se per la fondazione di Venezia è più probabile l'anno 461, io cui i fuggitivi dalle più che barbare orde del terribile Attila si ripararono in queste maremme dell'Adriatico, quel medesimo anno (451) per dura sorte segno, si può dire, la fine dell'antica Armedia colla perdita di una battaglia gloriosa e sacra negli an nali della nostra chiesa, ma fatale per l'unità nazionale. L'eroi co Santo Vartan che guidava l'ultimo numeroso esercito arme DO, cadendo iu quel sempre memorabile giorno (2 Luglio 451), copri di sua grande persona la patria; la quale non lo colloco tra le Costellazioni col suo Hayg (Orione) e il suo Vahagni (Ercole), ma lo innalzo insieme ai 1036 compagni pid alto an oora, nel coro de' santi martiri; e, nell'anniversario della loro fe sta, ogni Armeno cessa dal lavoro cotidiano, e celebra nella  chiesa, nelle scuole e nei circoli letterari, nonchè nei banchetti, non più una nascita, ma una morte che lo vivifioa, e gli rende meno amaro l'aspro destino

Trascorso un secolo da questa data (451-552), ecco un al tro riscontro armeno-veneto; la presenza d'un bravo generale Armeno, non tanto condottiere de' suoi nazionali, quanto dei va ri sudditi del vasto impero bisantino; quel Narsste patrizio, di cui la fama universale è quasi più particolare all' Armenia e a Venezia: & quella perchè gli diede i natali, & questa perchè l'o spito nei suoi tuguri, abbozzi dei futuri palazzi sontuosi del suo Canal Grande; e perchè lo soccorse di barche pescarecce, a con durre le schiere di Orientali contro il nemico comune

Grato a questi generosi padri Veneti, senti il grande capita no sacro dovere, innanzi all' averli pacificati coi Padovani lo ro vicini, di erigere le prime chiese e la prima biblioteca nel la ancora difforme e futtuante Venezia. So che la tradizione e la storia disputano ora su questo argomento; nuovi critici e nuove scoperte vogliono che nel secolo nono, e non già nel 80 sto, si fondasse la chiesa di S. Teodoro, prima cattedrale di Ver nezia con la succursale di S. Geminiano, e per mano di un altro Narsete; e ancora che il fratello di quest'ultimo sia stato vesco vo di quella chiesa madre, ma quale che sia il modo e il tempo di questo fatto, ci basti avvertire per ora il cordiale adoperarsi insieme, almeno mille anni addietro, di Armeni e di Veneti. D'altra parte si sa bene che dal secolo VI all'VIII c'era un Esarcato bisantino a Ravenna, e che non solamente alcuni di quei grandi governatori d'Italia erano di nazione armena, come Narsete, Gregorio, Isacco (e ce lo attestano, per quest' ultimo, le sculture e le epigrafi del ricoo monumento nella chiesa di San Vitale), ma v'era ancora una milizia detta armona, perchè com posta per la maggior parte d' Armeni sudditi dell' Imperatore greco; e perciò il quartiere della città dove essi dimoravano  (Classe) fu chiamato anche Armenia: nomi che durarono fino al secolo undicesimo. L' Esarca, in caso di bisogno, dava mano ai commercianti Veneti; come appunto si dice di Longino, successo re di Narsete, che soccorse con raccomandazioni quegli intrapren denti mercanti, i quali, appena ricoverati in queste lagune, progre divano il loro viaggio fino ad Antiochia di Siria; e questo fu già prima del secolo VII. Da Antiochia alla Cilicia non è che un passo; ove fra poco vedremo i Veneti frequentati e previlegiati dai nuovi padroni di quella classica terra, dai Re Armeni

Gioverebbe sapere se in quei secoli remoti (V-VIII), men tre fioriva ancora nell'Armenia Maggiore l'antica capitale Dvin, come una delle principali piazze commerciali dell'Asia anteriore, l'avessero visitata i Veneti; e se d'altra parte gli Armeni, non meno famosi per l'industria mercantile, fossero attratti fin a que ste isolette, che poco a poco collegandosi col Rialto, formarono la metropoli adriatica. Nou è improbabile quests, ma è più che probabile, che parecchi dei soldati Armeni di Ravenna abbiano visitata la Venezia: e cosi pure cbe, in quel frammezzo il nome di Venezia s'introducesse nella letteratura armena, ed in ma  niera assai notevole

Sanno gli eruditi come una delle più importanti produzioni di un celebre nostro autore del V secolo, di Moisè Khorenose, sia la Geografia, scritta secondo il metodo di Tolomeo e di Pappo d'Alessandria; in quest'opera, ritoccata nel secolo VII, invece di 60 o 70 capitoli (benchè brevi) ne' quali Tolomeo descrive l'Italia, l'Armeno in un solo capitolo se ne sbriga, allegando che Italia contiene 45 provincie, e inoltre sei altre divisioni, e non ram menta che-pochi nomi: ma prima di tutti cita Venezia e ne il carattere con la rapidità di un lampo in una sola riga, che suona letteralmente cosi: «Italia, nella quale (è) l'abitata nell'a cqua, provincia di Venedig. » 

Potrebbessi meglio descrivere con tanta brevità? Pare scritto  da un testimonio oculare o dietro suo relazioni: e sembra che egli meravigliasse a quel singolare aspetto della città, sopra tutte lo altre d'Italia, delle quali rammenta soltanto Roma la grande o Radonna la magnifica. Quest' ultima citazione conferma l'ipotesi che quell'opera geografica armena fosse ritoccata durante il governo degli Esarchi di Ravenda. E pon meno significante è il detto del secondo fra i nostri geografi, che scrisse sullo scorcio del secolo XIII o sul principio del XIV, il quale non ricorda d'Ita lia che due citià, Roma e Milano, ed una terza la Venezia, e con un' inaspettata osservazione: « Ponedig, dice egli, ove il chimico (o l'alchimista) lavora e colorisce l'argento in oro ». Quale è que sta antica industria dei Veneti, ammirata dal nostro scrittore; quella dell'orefice o del mosaicista? Lascio ai critici dell'arte de terminarlo. Non c'è più dubbio per altro che al tempo di questo geografo compendioso, Venezia era già visitata da molti o mol ti Armeni accorsi qul di loro capo per i commerci, e non più come sudditi e ministri del Bisantino, come nei secoli passati (IX e X), quando Cesferano veniva (nell'anno 809-10) a difesa dei Veneti contro Pipino; e il protospataro Arsafio, ambasciatore dell'imperatore Niceforo alla Corte di Carlo Magno nel 810-11, (del quale il nome è detto più correttamente da altri Arsace, e guasto invece dal Dandolo in Habersapius o Ebersapio), arrivava a Venezia per giudicare il Doge Obelario

Se mi fossero indulgenti i lettori, potrei ricordare anche la cooperazione degli Imperatori bisantini d'origine armena coi Ve neziani; come sarebbe l'invio, nel 813, di Giustiniano figlio del Do ge Partecipazio a Leone cognominato l'Armeno, il quale prima d'al. tri lo nomind Ipato, facendogli doni che, dopo mille anni, si vene rano ancora a Venezia: cioè, reliquie de' Santi, sacre schegge del legno della Croce di G. C., brani delle Vesti di Lui e della Vergine sua Madre; e, più sorprendente all'occhio, il corpo di S. Zaccaria; nonchè molto oro per la fabbrica del sontuoso tem  pio di questo santo Profeta e dell'attiguo monastero delle reli giose; fra le quali si consacrarono anche vergivi Armene. In vestigando l'attuale Tesoro di S. Marco, forse si potranno disco prire memorie, vasi o reliquari offerti da qualche re o regina di sangue armeno

Abbiamo proferito il nome di S. Marco, davanti al quale deve inchinarsi ogni Armeno-Veneto; fra tutti gli orientali, 080 dire che i più stretti alleati della repubblica dell'Evangelista, fu rono gli Armeni. Scrivendo questi l'anno 1547, lettera raccoman dativa per loro Patriarca, cominciano coi saluti di S. Gregorio Nis minatore, loro apostolo, a San Marco, patrono di Venezia, e poi tornano a salutare i suoi protetti

Nella nuova Armenia, ossia nell' Armeno-Cilicia, ove fu la forza di solidarietà armena-veneta, come si vedrà in appresso, benissimo si conosceva S. Marco, essendovi a lui dedicata una chiesa da Veneti mercatanti. Dopo S. Pietro di Roma, e forse pid di quello, era nel corso di vari secoli rivisitato dagli Arme di S. Marco di Venezia

Le colonne monumentali che adornano la facciata di quel la impareggiabile Basilica, portano incisi a centinaia i nomi di pellegrini Armeni; massime dal cinquecento al settecento; e ale cuni di essi, ignari delle leggi della favella italiana, scrivono ingenuamente: «N. N. soroo di Santa Marco!» 

Ma non è ancora tempo di occuparci di questi ultimi arri vati a farsi ricordare alle basi di San Marco, se è permesso cosi dire. Alziamo lo sguardo su iu alto, alla fronte di quella stupenda faociata: e quando, fra tante sacre memorie dell'arte, ci colpirà d' ammirazione uno strano monumento, anteriore all'età oristiana e meraviglia dell'arte greca, la quadriga dei Cavalli di bronzo dorato, ricordiamoci ancora della tradizione, ripetuta da molti scrittori di cose venete e romane, la quale li dice opera  di un Lysippo o di un suo collega, dalla Grecia trasportati nell'Armenia e di condotti a Roma, da un monarca Armeno, in re galo all' Imperatore romano; questi ordinariamente è ritenuto Nerone, l'altro Teridate Parto-armeno. Ma io preferirei credere un altro Teridate bravo, e santo, che, convertito al cristianesimo con tutta la sua nazione, molti anni avanti cbe Costantino concedes se la libertà alla Chiesa, venne poi a Roma per congratularsi con questo e ristriogere l'alleanza che durava fra i due govervi da un pezzo. La tradizione armeda dice che Teridate porto da Roma diversi ricchi doni ricevuti da Costantino, senza dubbio in contracambio di quelli che egli stesso aveva recati a lui; e che fra quelli fosse anche la singolare quadriga, nou è impro babile. Sappiamo già dalle storie nazionali fino dai secoli IV e V che il padre di Tigrane, tanto famoso nella storia romana, predo dalla Grecia e dalla stessa Atene diversi capolavori d'arte dei fioriti tempi di quell'insigne paese e li trasse nel suo. Una di queste ineravigliose sculture in bronzo, non è guari, si scopri nell'Armenia; una testa di Diana, o d'un altra deira, di gran. dezza doppia del naturale, a peso d'oro comprata e collocata accuratamente nel Museo Britapnico. Ora, vedendo quei Cavalli la nell'aria, non può l'Armeno-Veneto non pensare con meraviglia alla mano ingegnosa che gli scolpi, al braccio forte che li rapi, all'uomo generoso che gli offri, e a quello più scaltro che dal Bo sforo li trasporto a questi lidi, come insigne trofeo delle sue prodezze

Se, per queste, può sempre vantarsi il Veneziano del suo im mortale Enrico Dandolo, sappia il lettore benigno, che il valente e savio Doge non è meno caro all'Armeno: e le due genti devono tenerlo in grandissimo conto per i reciproci legami che appunto per opera di lui principiarono realmente e saldamente, e durarono quasi due secoli; sappiasi pure, che se il Dandolo fu per cosi dire la testa di ponte delle relazioni venete-armene, da  questa parte occidentale, dall'altra, in Oriente, v'era il primo Re dell' Armeno-Cilicia, un altro principe insigne: Enrico e Leone il Magnifico potevano farsi onore l'uno all'altro, e gareggiare an che per il primato. Imperciochè se Enrico aggiunse al suo do gato più che una terza parte dell'impero bisantino, Leone cred un intiero regno per e per i suoi successori, in una situazione molto grave e quando lo circondavano implacabili nemici

Ora che entriamo nel periodo sicuro delle relazioni armeno venete, è necessario sapere qualche cosa dello stato di questo popolo armeno e del suo paese, ove accorrevano annualmente in folla i mercanti Veneti, e galee armate e cariche di merci pro ziose solcavano le acque che battono le sponde dell'Adriatico e quelle della Cilicia. Saremo brevi

Dopo lunga serie di vicende, il vecchio popolo armeno, sfuggito alle torme de' puovi Sciti (Selgiucchi), si staccò dalla ado rata patria; una parte emigro nel centro dell'Asia Minore, e di per altri disastri ripard verso mezzodi nelle aspre montagne del Tauro, e si cred uo abbozzo di governo, che poco a poco prese forma regolare. Il suo capo per lungo tempo veniva chia mato Signore della Montagna, o semplicemente il Montanaro. E rano tempi gravi di nuove e strane vicende: suonò la tromba delle Crociate: l'Europa verso le sue schiere crocisegnate sull'A sia: quei semisacri militi, coi loro eroici condottieri immortalati dal Tasso, cercando passi sicuri attraverso terre e genti più ne miche che barbare, s'abbatterono ai confini dei nostri montanari Armeni; i quali memori di una nazionale profezia che annun ziava la venuta d'una gente brada o franca in loro soccorso, s'afrettarono essi stessi a soccorrere i ben venuti eroi d'occidente e, pid che d'armi, li servirono di vettovaglie; e, quel che era più argente, aprirono loro i passi secreti delle montagne e gli ac compagnarono fino ad Antiochia. Il resto diranno gli storici delle Crociate; ci basti il ricordare che, in segno di gratitudine, quei  principi occidentali onorarono i nostri Armeni con titoli di Baroni e di Conti, trovandoli fra tutti i popoli d'oriente i più capaci delle idee occidentali, ed egualmente animati per quello scopo che gli aveva fatti muovere dalle loro sedi agiate, gettandoli fra tante affanni e tanti pericoli

L'alleanza con gli Armeni fu quasi a un tratto, e per im pulso dell'istinto: non era dunque da meravigliarsi se questi non solo fossero condottieri dei Condottieri dell'esercito europeo, ma anche commilitoni nell'avanguardia che attacco e tolke Antiochia

Più difficile che la presa di questa città e di Gerusalemme stessa, fu quella di Tiro, perchè da terra e da mare fortificata e ben difesa; sotto quelle mura si spiegava anche la bandiera di San Marco; e fra tutte quante, fu la più nota e cercata dal l'armena. E certo nel grande miscuglio degli assediatori perano anche Armeni: anzi la caduta di quella fortissima piazza, se dalla parte del mare fu facilitata per l'armata veneta, da terra fu in qualche modo agevolata da industria armena. Infatti, non essen do abbastanza potenti le macchine ad abbattere quei formidabili torrioni e le muraglie, un prote armeno di nome Avedik (che si traduce Nunziato), ne fabbrico di più imponenti; ai colpi delle quali cedettero non poca parte dei difensori e delle difese, e finalmente soccombettero. Se una tradizione o una favola con duceva gli antenati dei Veneti e degli Armeni sotto le mura di Troia, qui davanti a Tiro, gli congiunge la storia e li fa cono scere uni agli altri per la prima volta indubitatameute

Questo fatto, come si sa, avvenne alla fine del primo quarto del secolo XII: nel corso dei due seguenti, andava crescendo la possanza e allargandosi il territorio de' nostri Armeni montanari, si formava un governo regolare designato col nome del primo loro sovrano (Rupeno) Rupeniano, nome che tante volte s'incontra nel le lettere corse tra loro e i Dugi di Venezia, fino alla metà del secolo XIV, sotto sedici sovrani; de' quali gli otto primi s' appellavano Baroni, gli altri, fra i quali alcuni d'altro legnag gio, furono Re. Leone il Magnifico, contemporaneo del grande Enrico Dandolo e suo alleato, (il quale nel principio della sua baronia veniva ancora appellato il Montanaro nelle lettere del Papa), con mirabile perseveranza e accortezza, non meno che col la bravura sui campi di battaglia, primamente estese il suo do minio su tutta la Cilicia, su parte dell'Isauria e della Pamfylia, e su qualche altra regione d' Asia Minore e di Siria, poi otten ne, con onore, e dall'Imperatore d'Oriente o da quello d' Ooci dente (Enrico VI), e dal Califfo di Bagdad la corona reale, non chè dal sommo Pontefice (Innocenzo III) lo stendardo di S. Pie tro, che valeva per lui più che di un' altra corona

Questi fu il fondatore del regno dei Rupeniani, i quali inve ce di montanari vennero subito dichiarati, nelle lettere dei Ponte fici e di altri, Illustrissimi e Potenti, e nelle venete, con titolo trop po saperbo, Altitonanti [4]. Re Leone, coronato con grandissima solennità per le mani del suo Patriarca e del Legato del Papa, già gran cancelliere dell' Imperatore d'Allemagna, fu ammirato dai capi degli stati e orientali e occidentali che attornjavano il suo paese; il quale confinava coi regoi e i principati de' Crocia ti e, per mezzo della navigazione, comunicava con altre terre lontane

La felice posizione della Cilicia, quasi nell'angolo che con giunge le tre parti della terra zillora conosciuta, quel sito siouro del seno Egeaico (d' Aiazzo) che si chiamava Golfo Armono, quei porti della costiera celebri ab antico, massime quello di Tarso, il quale poi con tutti gli altri fu ecclissato dal nuovo ed incom parabile porto di Aiazzo o Laiazzo, [5] le scoperte delle strade  commerciali dell' Asia Interiore, attiravano le navi di tutti i pae si, e innanzi a tutti, delle Repubbliche e de' Comuni italiani, ver so quelle spiaggie divenute armene, ed in seguito quasi totalmen te verso Aiazzo; non solamente porto principale fra tutti quel li dell' Armeno-Cilicia, della Siria e dell'Asia minore, e quasi di tutta l' Asia anteriore, ma gran centro ancora e capo e deposito delle caravane di terra

Fintanto che i nostri Baroni disputavano per questo tratto di terra coi loro vicini invidiosi, i Soldani d' Iconio e d'Aleppo, coi Greci bisantini, coi Principi antiochiani e con altri, lo stato del paese era incerto e quindi cautamente visitato. Appena la coro na raggiò sulla fronte altera di Leone, col primo saluto venne pregato di concessioni e di trattati commerciali. Naturalmente gli Italiani, allora padroni del mare, doveano andare innanzi agli altri in questa prerogativa. Il primo trattato o Privilegio di commercio che si conosca di Leone, è quello concesso ai Geno vesi, nel mese di marzo dell'anno primo del secolo XIII, seguìto pochi mesi dopo da un altro simile dato a' Veneziani. Ed ormai è tempo che ci occupiamo di questi soltanto

Che prima del regno di Leone e di Dandolo i Veneziani approdassero al paese de' Rupeniani, formando relazioni, è più cbe probabile: infatti già dal tempo della baronia di Rupino II. fratello e antecessore di Leone (1175-1187), la Corte di Roma cor rispondeva coi nostri Sovrani e Patriarchi, segno che il loro governo formale era conosciuto anche da altri europei; e, in se condo luogo, si sa che i Veneziani avevano già stabilite relazioni coi Principi d'Antiochia e col Soldano d'Iconio: e, quel che è più essenziale, si tiene come certo che il primo degli Ziani (Seba stiano) avanti che fosse eletto doge (1171-79) abbia visitato i no stri porti armeni, forse inentre andava in ambasciata alla Corte bi santina. D'altronde il Navagero anticipa, se non erro, questi fatti, scrivendo: « La Bignoria di Venezia, acciocchè i suoi cittadini po tessero mercantare per tutto, mandò uel 1196 Messer Giacomo Ba doer ambasciatore al re di Trebisonda.... un Bailo in Trebisonda e cosi nell' Armenia, e alla Tana un Console ». À me pare, mol to più tardi compariscono i primi Baili d'Armenia; e a questi del principio il Bailo di S. Giovanni d'Acri, ossia Accone, paga va il salario. Ad ogni modo è certo che il primo ambasciatore che si sappia mandato alla Corte di Sis, cioè alla capitale del l'armeno-Cilicia, da Dandolo a Leone, fu Gircomo figlio di Giov. Badoer, a cui il nostro Re consegnò nel mese di dicembre del l'anno 1201 il primo Privilegio, ossia trattato di commercio, in doppio esemplare, armeno e latino, quello perduto, questo con servato (non nell' originale bollato coll' aureo sigillo reale, ma in copia antica), nell'archivio di Venezia; e, benchè pubblicato in varie collezioni speciali, lo diamo anche noi innanzi ad ogni altro Documento armeno-veneto. [6] 

Qui citeremo in succinto i capi del trattato, che servi di mo dello a tutti i seguenti privilegi dati dai nostri Re a' Veneziani, In primo luogo Leone concede al Doge e a qualunque Veneziano libera entrata, uscita e circolazione nell'intiero suo paese, con tutti i loro averi; 2. Ma ad ogni modo i Veneti che abitano oltre mare (cioè in Oriente), dovrebbero pagare il diritto (doganale) come qualunque altro cristiano nel passare la Portella [7], ove era no stabilite le dogane principali del governo, verso i confini d'Antiochia. 3. Oro ed argento importato per essere coniato in 'moneta, sia sottoposto alla tassa, come si faceva anche in Acri. In seguito di tempo determinato che la metà dell' argento da convertire in moneta dovesse mettersi nella zecca del Re: e benchè la con dizione fosse grave, pure diversi decreti del Senato o del Maggior Consiglio veneto ne raccomandaronu la puntuale esecuzione. 4. Le persone e le abitazioni de' Veneziani saranno guarantite incolumi. 5. Cosi pure nel caso de' paufragi: ma se nel legno affondato si trovassero robe di non Veneziani, dovranno essere confiscate. 6. I danni sofferti da Veneti nel loro passaggio dal l'Armenia altrove, saranno risarciti dal Re. 7. Saranno rispettati i testamenti de' Veneziani; e, in caso di morte ab intestato, le robe del morto si dieno a' concittadini di lui: se questi non vi sono, sa ranno deposte presso il Cancelliere del Re, il quale ordinariamente era l'Arcivescovo di Sis. Si vede da questo capitolo che non vi era ancora Bailo stabile sotto il regno di Leone. 8. Le cause de' Vene ziani si trattino da loro connazionali; e se non potessero essi, le definisca il suddetto Cancelliere del Re a Sis. 9. Perd i casi di omi cidio devono esaminarsi delle assise del Re. 10. Cosi pure le oan se d'un Veneto con uno straniero. 11. Il Re concede ai Venezia  ni abitazione, chiesa, sacerdote e fondaco nella città di Mamestia o Messis (l'antica Mopsuestia). 12. È loro permesso di abitare dove vogliono in tutto il regno. Ciò mostra che il Re loro re galava il terreno per le case e per la chiesa a Mamestia, ma che in altri luoghi i Veneziani dovevano procurarsela da se 

La città di Mamestia è situata sopra il fiume Giaban o Gi hun (l'antico Pyramis), il quale era allora navigabile a legni mediocri, che potevano scambiare le loro merci con quelle arri vate per terra insieme alle caravane asiatiche. Quindici anni dopo, Leone rinnovando il privilegio dato ai Genovesi, concedeva loro abitazione in due o tre altre città. Riguardo ai Veneziani non si tro va altro, e bisogna trascorrere 45 anni per incontrare un altro Pri vilegio dato nel 1245 da Aitone I. (Hethum), a richiesta del doge Giacomo Tiepolo, per mezzo del suo ambasciatore Pietro Dandolo (2)

Credo utile notare che questo Hethum non era propriamen te dalla famiglia Rupeniana, ma di quella Hothumiana, la più bobile dopo la prima, e sposato & Zabel, ossia a Isabella uni ca figlia ed erede del Magnifico Leone: i suoi successori regna ancora un secolo, dopo la data del Privilegio citato, sem pre conservando il titolo di Rupeniani, benchè tali fossero sol tanto dal lato materno

Questo Privilegio di Hethum, donato non solo a nome suo, ma anche della consorte regina Zabel, in fatto di condizioni quasi Qulla contiene di nuovo; eocetto che sottomette al giudi zio del suo gran Cancelliere (l' Arcivescovo di Bis) le liti indecise tra Veneziani; e che la consegna delle robe dei defunti ab intesta to usige scrittura segnata dal Bailo di Acri e dal Doge stesso. Ma un altro Privilegio emanato pure da Hethum del 1261, (mese di govembre) e che credo finora inedito [8], dimandato dal  Doge Ranieri Zeno, per mezzo dell'ambasciatore Giovanni Ze no, scritto per mano del cancelliere arcivescovo Toros (Teodoro) e rogato per mano di Giovanni prete, notaio veneto in Acri, oltre la conferma degli articoli già conosciuti, aggiunge la conces sione d'abitazione e di fondaco a Sis la capitale; e, quel che è di sommo interesse, anche nell'Ayazzo. « Et apud Jatiasi da bimus eis locum ad faciendum domum ». Ed ecco quasi la più antica citazione del nome di quest importantissimo luogo che fin ora siasi trovato, si nelle scritture nazionali che nelle straniere; e siccome non ce n'era nessun indizio nel primo privilegio di Hethum, la ragione vuole che s'ammetta questo celebre porto d'Ayazzo essere stato aperto nell'intervallo dal 1245 e 1261. Il notaio succitato avea veduto, in uno colla traduzione latina del cancelliere Toros, l'originale armeno col sigillo aureo; ora non esiste che una copia latina (3)

L'apertura del porto d'Ayazzo al commercio internazionale, direi anzi universale, osigeva lo stabilimento dei rappresentanti dei governi e comunità mercantili, sotto qualsiasi appellazione; o Bailo come era quello dei Veneziani, o Console secondo l'uso dei Genovesi e Pisani. Nell'ultimo privilegio che ci mostro Ayazzo, non si preseuta ancora il Bailo Veneto; ma nel susseguente, donato dal figlio e successore di Hethum, Loone II, nell'anno primo della sua incoronazione (1271), a richiesta del Doge Tiepolo Lorenzo per mezzo dell'ambasciatore Pancrazio Malipiero, (tradotto in francese da un Jeoffroy interprete del Re, si trova citato la prima volta il Bailo Veneto d' Armenia (4). Negli archivi veneti, ossia nei decreti del Consiglio e del Senato lo trovo tre anni posteriormente, cioè nell'anno 1274, il 14 d'agosto (16), e pare effettivamente la prima citazione in quei preziosi documenti, perchè l'epigrafe porta : « Incipiunt consilia Bajulo Armeniae per tinentia. » Mi pare che a questo primo decreto (ad oggetto di compra di bambagi) acceppi il Foscarini nella sua Letteratura  Venesiana (ed. 1854 pag. 52) parlando dei Consoli e Baili di Costantinopoli, Soria, Tunisi e Armenia: «Un decreto del secolo medesimo (del mille dugento) ce li rappresenta in quest'ultimo luogo assistiti da una eletta ragunanza d'uomini nazionali, o col voto di essi risolvere le quistioni più gravi. » 



[1]           Omero, Iliade, II, 85. V, 577.

[2]           Strabone, XIII, 607. - Livio I, I. - Corn. Nepo. - Il Filiasi (1, 82) pare credosso che Erodoto (I, 196) abbia detto essere i Voneti colonia do' Medi, ma il padre degli storici parla dei Sigoni, e non dei Veneti.

[3]           Che amassero i Veneti la cavalcatura malgrado la posizione marito tima della capitale, è attestato dai loro storici, coll'aggiunta del singolaro loro gasto di coprire i cavalli in colore d'arancio.

[4]           I Ro armeni della Cilicia, nelle loro lettere s'intitolavano N. N. del Malta e potente stirpe dei Rupeniani; pare che la Cancelleria Veneta o male intendendo o per adulazione, abbia tuonato cosi.

[5]           Il principale a celebratissimo porto dell'Armeno-Cilicia, anticamente chiamato Aegae o Aegea per chi aveva il nome di Seno Egeaceo, ora cono sciuto sotto il nome di Golfo d'Alessandretta, o nel Medio evo Golfo o Mare Armeno.

             Gli Armeni restaurando il porto vi formarono una città cospicua e fio rentissima per il commercio, e la chiamavano Ayas, Այաս, d'onde l'italiano Ayazzo o Ayaccio al quale fu aggiunto l'articolo e prevalse il nome Layaz zo: si scrive anche La Giazza, La Jazza. Chi volesse avere un'ampia idea di questo emporio di prima classe, consulti l'opera magistrale del Heyd sulla Storia del Commercio di Levante nel medio evo (traduzione francese, Vol. II. p. 74-92). Più estesamente se n'è parlato nella descrizione ge nerale dell'Armeno-Cilicia (Sissuan, in armeno, p. 356-395), ove si notano alcune citazioni sul Layazzo nella olassica letteratura italiana; per esempio quella di Boccaccio (Giorno VI, Raccon. VII. G. IX Rac. X); il quale vi veva appunto nel tempo più fiorito di Ayazzo

             - L'Ariosto che scriveva quasi un secolo e mezzo dopo la catastro fo d'Ayazzo, ricorda con felice memoria ancora ambidue i castelli d'Ayazzo (Orl. Fur. XLX, 54)

             «Nel Golfo di Layazzo in ver di Soria

             Sopra una gran città si trovò sorto;

             Egi vicino al lito, che sopria 

             L'uno e l'altro castel che porta il Porto».

[6]           Questi comori chiamano i Documenti (Parte II).

[7]           Cosi detta por una antica porta di marmo nella stretta delle montagne, vicino all'attpale Alessandretta, le famose Pile della Cilicia e della Siria, posta in mezzo di questi due paesi, per la quale doveva passare necessa riamento chi se ne andava o ritornava.

[8]           Questo documento si trovava fra quelli trasportati da Venezia a Vienna, e di ritornati al loro posto primiero (negli Archivi di Venezia), do po la formazione del nuovo Regno d'Italia.